
Tra le varie relazioni su questi temi “etici”, ricordo bene l’intervento del dottor Pierluigi Brustenghi, neurologo e psicoterapeuta, che dopo essere passato dal camice al pigiama (ossia essere diventato improvvisamente paziente, dopo un brutto incidente), ha profondamente cambiato la propria visione e come ha raccontato in prima persona, ha iniziato un nuovo percorso professionale, avvicinandosi alla medicina narrativa e sperimentando un approccio ancora più profondo nella gestione del dolore del paziente.
Parlando di medicina narrativa, ha consigliato il libro più famoso sull’argomento, scritto da Rita Charon, intitolato proprio: “Medicina narrativa: onorare le storie del paziente”, che sto leggendo in questi giorni. Il concetto centrale è che i racconti di malattia delle persone non sono semplici descrizioni di sintomi, ma veri e propri “testi” da interpretare, pieni di significati emotivi, culturali e sociali. Charon sostiene che l’uso della narrazione in medicina permetta ai professionisti della salute, di sviluppare un ascolto attivo e un’empatia più profonda, migliorando così la comunicazione e la relazione con le persone.
L’utilizzo delle metafore, l’ascolto attento delle storie e lacomprensione del linguaggio del corpo sono tra le competenze più importanti che un professionista dovrebbe avere per rendere la terapia più completa. La relazione infatti è un elemento fondamentale per raggiungere gli obiettivi del trattamento. Raggiungere una buona alleanza terapeutica tra fisioterapista e paziente consente:
1) una miglior adesione della persona alla proposta terapeutica. Quando si arriva ad un livello di comunicazione più efficace, la persona si fida di più ed è più propensa a seguire indicazioni e ad esempio gli esercizi. Se la persona non fa gli esercizi a casa, molto spesso non è solo colpa sua..
2) di trovare più motivazione ed impegno: la fiducia reciproca e il supporto emotivo aumentano la motivazione del paziente che diventa più coinvolto e determinato nel percorso.
3) una comunicazione più libera e aperta e di conseguenza il fisioterapista può adattare e personalizzare sempre meglio la proposta terapeutica
4) la riduzione dello stress: una buona relazione ed alleanza spesso favorisce a ridurre condizioni di ansia o stress, migliorando l’esperienza e facilitando il recupero fisico e mentale
5) una maggiore consapevolezza perchè promuove l’educazione della persona, rendendola più pronta a capire e gestire meglio la propria condizione.
Uno degli studi più significativi che hanno dimostrato l’importanza di questa relazione è quello condotto da Ferreira et al. nel 2013 pubblicato sul Physical Therapy Journal (1). In questo studio i ricercatori hanno valutato l’alleanza terapeutica utilizzando il working alliance inventory (WAI), uno strumento che consente di misurare il grado di collaborazione e fiducia tra terapista e paziente. I risultati hanno mostrato che una buona alleanza era associata a migliori risultati del trattamento, come la riduzione del dolore e il miglioramento della funzione fisica.
Bibliografia: The therapeutic alliance and its association with treatment outcomes in patients with chronic low back pain. Physical therapy journal . Ferreira et ak. 2013
Mirco Montedonico, fisioterapista Physiolab: Corso Brizzolara 1/3, Chiavari - Tel: 3465237941

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